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Cenni Su Castroreale


PASSATO E PRESENTE

Identificata dagli storici con l’antica città sicana di Krastos e con il leggendario castello Artemisio, Castroreale affiora con certezza alle vicende della storia a partire dall’età normanno-sveva, quando l’insediamento originario appare come semplice casale con la denominazione di Cristina o Crizzina. Sebbene manchino precise citazioni nei più antichi cronisti siciliani, il casale di Crizzina, divenuto ormai terra nei primi anni del secolo XIV, dovette ricoprire un proprio ruolo nelle lunghe e tormentate vicende che seguirono la rivolta del Vespro Siciliano. Per premiare infatti la fedeltà  dimostratagli durante la lotta contro gli Angioini, Federico II d’Aragona, con un diploma del 1324, ordinava la costruzione “de novo” del castello e concedeva agevolazioni a quanti avessero voluto stabilire la loro dimora all’ombra del fortilizio ricostruito.

Da quel momento la cittadina, cui veniva dato prima il nome di Castro e poi di Castroreale, vedeva lentamente crescere la propria importanza, giustificata anche dal ruolo che essa assumeva all’interno del sistema di fortificazioni cui erano affidati, a ridosso del litorale tirrenico, la difesa della piana di Milazzo e i collegamenti, attraverso gli itinerari interni della catena peloritana, con i centri fortificati della costa ionica. Tale funzione fu soprattutto evidente durante le lotte che, sulla fine del secolo XIV, videro fronteggiarsi le fazioni latina e catalana e segnarono l’inizio di quella fase di decadenza economica che avrebbe trasformato la Sicilia in un terra di sfruttamento legata al carro della potenza spagnola.

Castroreale, rimasta sempre città demaniale e posta a capo di un vasto territorio, ottenne dai vari sovrani una serie di privilegi che le consentirono una discreta floridezza economica, alla quale certamente non fu estranea, fino alla fine del secolo XV, la presenza di una numerosa e attiva comunità ebraica. La concessione di alcuni feudi all’Università, l’istituzione di fiere e mercati, la creazione di uno scalo marittimo, le esenzioni da gabelli e balzelli, se da un lato furono il corrispettivo di quei donativi che la cittadinanza dovette continuamente versare alla rapace politica spagnola, dall’altro ebbero l’effetto di favorire lo sviluppo delle attività agricole, pastorali, artigianali e commerciali.

Nei secoli XVI e XVII Castroreale poteva così provvedere alla difesa del proprio litorale dalle incursioni barbaresche e alla sistemazione idrogeologica del territorio e fronteggiare situazioni di grave pericolo, come un assalto di truppe ammutinate nel 1584, e le periodiche carestie, immancabilmente accompagnate da mortifere epidemie. Fu questo il periodo in cui la cittadina accolse numerose comunità monastiche, le cui attività umanitarie, religiose e culturali incisero profondamente sul tessuto sociale, così come l’impulso edilizio e la committenza artistica non mancarono di lasciare il segno nella configurazione urbanistica  e nell’arredo sacro.

Prima come Capo di Comarca e poi come capoluogo di Distretto, Castroreale diventa, fin oltre la metà del secolo XIX, sede di importanti uffici. Durante il Risorgimento è fucina di attività liberali e patriottiche e offre il suo contributo alla causa dell’unità nazionale. Ma è questo il secolo in cui, col venir meno delle primitive funzioni, inizia la decadenza, nel progressivo impoverimento demografico ed economico della zona montana e nel processo di disgregazione dell’unità territoriale. Questo processo ha portato alla costituzione di altri tre comuni: Barcellona (1815), Rodi-Milici (1947) e Terme-Vigliatore (1966). Al comune di Castroreale, costituito dal capoluogo e dalle frazioni di Bafia, Catalimita e Protonotaro, è rimasta la parte meno ricca del vatso territorio, le cui riserve sono quelle che, opportunamente potenziate, costituiscono la premessa per una politica turistica. Il territorio comunale, infatti, costituito da bosco, pascolo, noccioleto, uliveto, seminativo, vigneto, agrumeto e orto irriguo, ha subito il fenomeno di spopolamento e di abbandono delle campagne proprio degli ultimi decenni. Mancano del tutto su di esso le attività industriali e minerarie, mentre delle attività un tempo fiorenti resistono a stento quelle in cui vige la conduzione di tipo familiare e sopravvivono le poche esercitate, come occupazioni secondarie e per puro passatempo, da persone anziane tenacemente attaccate al loro lavoro.

Dalla seconda metà del secolo scorso Castroreale si è caratterizzata come centro di studi, ospitando vari istituti scolastici per la istruzione primaria e secondaria e alcuni convitti maschili e femminili. Molto frequentato è l’Istituto Magistrale “24 Maggio 1915”, che è oggi trasformato in “Liceo delle Scienze Sociali”, l’unico statale esistente fuori dal capoluogo nella provincia di Messina, che è dotato , al pari della Scuola Media Inferiore, di una copiosa biblioteca, , e al quale si affiancano, come strutture culturali e ricreative, la Biblioteca Comunale “Artemisia”, ricca di circa ventimila volumi, e un impianto sportivo polifunzionale.


NATURA E ARTE

Adagiato sopra un contrafforte dei Monti Peloritani, l’abitato di Castroreale è circondato da una corona di alture digradanti verso settentrione, che lasciano aperta, tra il promontorio di Milazzo e quello di Tindari e di Capo Calavà, l’ampia visione del Tirreno,dal quale, tra brume e cortine vaporose, emergono con le loro sagome più o meno nitide le isole dell’arcipelago eoliano. A Mezzogiorno si distende in riposanti profili qua e là interrotti da cime elevate, l’ultimo tratto della catena peloritana, per confondersi ad Occidente, senza soluzione di continuità, con i Monti Nebrodi. Il paesaggio sempre vario è fatto di pendii boscosi e di brulli crinali, spesso ammantati e spolverati di neve nella stagione invernale, di vallate e torrenti, di terreni coltivati, di case sparse e di agglomerati urbani: si direbbe che, nonostante tutto, Castroreale ancor oggi vegli dal suo sito sul territorio circostante.

Spettacolari sono sempre i tramonti, specialmente quando l’orizzonte si accende di rosso e il mare assume l’aspetto di un crogiolo luccicante di oro fuso. Ma interessanti sono  anche le visioni che il centro storico offre al visitatore con quell’aspetto dignitoso e accattivante che gli deriva dalla sua edilizia, certo modesta, ma per lo più rispettosa dell’originario assetto urbanistico medioevale e delle caratteristiche ambientali. Le numerose piazzette sono anche dei meravigliosi balconi, da cui è possibile affacciarsi e posare lo sguardo su buona parte del centro abitato, per spingerlo poi fino al limite dell’orizzonte, spaziando su scenografie estremamente mutevoli.

Chi visita la cittadina è subito catturato anche dal fascino discreto dei suoi monumenti, dai quali può, in qualunque momento e a suo piacimento, distogliere lo sguardo per tuffarsi nella contemplazione del paesaggio. La prima impressione, davvero incancellabile, è quella che egli prova, appena giunto nel cuore dell’abitato, affacciandosi dall’ampio terrazzo di Piazza delle Aquile, che si stende lungo il fianco orientale  del Duomo, il più bello dei balconi che si aprono sulla fertile piana di Milazzo. Uno sguardo alla lapide sormontata da tre aquile marmoree, che fanno bella mostra di sé quasi al centro della fiancata del Duomo, rivela la ragione della denominazione del belvedere, così come la lettura dell’iscrizione latina fa conoscere i fasti e l’importanza storica del luogo, mentre il portale che si apre lì accanto offe un gradevole esempio di architettura manieristica in ambiente messinese. Chi dalla visione del mare lontano si volge a guardare il paesaggio urbano che aveva alle spalle, è colpito dall’emergenza architettonica delle cinquecentesche torri campanarie del Duomo e del SS. Salvatore, il cui ideale allineamento con la torre cilindrica del castello fridericiano sottolinea le funzioni di vedetta e di difesa loro assegnato.

Per entrare nel Duomo, eretto nel primo trentennio del ‘ 600 e dedicato all’Assunta, bisogna tornare nel piccolo salotto costituito dalla piazza su cui prospetta la facciata e varcare il grandioso portale marmoreo, anch’esso d’impronta manieristica, ma con sovrapposizioni di gusto barocco. L’interno, spazioso e imponente, scandito nel suo impianto basilicale a croce latina da sedici colonne monolitiche in pietra coronate da capitelli compositi, è uno scrigno prezioso per opere d’arte non meno pregevoli.  Oltre alle quattro grandi tele dipinte nel secolo XVII dai pittori locali Francesco Cardillo e Filippo Jannelli, collocate sui quattro altari all’inizio e alla fine delle navatelle, vi si ammirano, sugli altri, otto statue qui trasferite, dopo il terremoto del 1908, da chiese danneggiate e distrutte. Sono opere di Antonello Gagini (S. Maria di Gesù del 1501 e S. Caterina d’Alessandria del 1534), di Andrea Calamech (S. Giacomo Maggiore), di Rinaldo Bonanno (S. Pietro del 1586), del napoletano Francesco A. Molinaro (Madonna di Loreto), ma anche di scultori anonimi, e tuttavia non meno valenti (S. Liberale del 1606, S. Tommaso del 1607 e S. Antonio da Padova del 1630). Assieme alle quattro eleganti acquasantiere scolpite da Antonello Gagini (1530) e da Sebastiano Ferrara (1625), al fonte battesimale (1634), al pergamo (1634), all’altare maggiore (1717), alla cantoria e al coro in legno intagliato (secolo XVII), esse costituiscono una esemplare antologia della scultura siciliana fra ‘500 e ‘700.

Percorrendo l’antica via Artemisia, oggi Corso Umberto I, si giunge alla Chiesa della Candelora, di cui il rovinatissimo portalino di tipo durazzesco e la cupoletta ancora memore di tipologie arabe confermano l’origine quattrocentesca. All’interno, sull’altare maggiore, troneggia una sontuosa custodia barocca in legno intagliato e indorato che la tradizione locale assegna ad un Giovanni Siracusano non altrimenti conosciuto.

Dalla Piazza  Garibaldi, su cui prospetta la chiesa, chi vuole visitare il sito del castello, deve affrontare la Salita Federico II d’Aragona. Il sacrificio, tutto sommato non eccessivo, è pienamente compensato dalla vista che da lassù si gode, spaziando con lo sguardo a 360 gradi. Qui la Torre di Federico  è l’unica reliquia del castello aragonese fondato nel 1324, caratterizzata, all’esterno, da una graziosa e compatta porticina ogivale e, all’interno, dalla volta su robusti costoloni.

Ripercorrendo in discesa la stessa strada e deviando per Via Farini, raggiungiamo la Piazza Peculio, chiusa sui quattro lati  dal Palazzetto Comunale, sobria costruzione del 1924 sorta sull’area dell’antico Peculio Frumentario, dal Monte di Pietà (primi del secolo XVII), dalla fiancata meridionale della Chiesa del SS. Salvatore e dalla sua Torre campanaria (1560). Questa chiesa, eretta verso la fine del ‘400 nel cuore della Giudecca e ingrandita e ornata di stucchi barocchi negli ultimi anni del secolo XVII, custodisce un pregevole altare marmoreo del messinese Antonino Amato (1803).

Il visitatore amante degli spettacoli naturali, lungo il tracciato della via G. Siracusa, anticamente detta della Moschita, che taglia da Sud a Nord l’intero abitato, può godersi a suo agio, in un silenzio arcano che invita alla meditazione, i panorami collinari ad oriente di Castroreale, affacciandosi alle ringhiere che delimitano il belvedere dietro il Monte di Pietà e la Piazzetta dello Studente, tra l’Istituto magistrale e la Pinacoteca di S. Maria degli Angeli. L’itinerario artistico non può, però, prescindere da una visita attenta alle opere di pittura e scultura dei secoli XIV-XVIII  raccolte nella piccola Pinacoteca, tra le quali meritano di essere segnalati un Polittico uscita dalla bottega napoletana di Giovan Filippo Criscuolo intorno al 1550, un Trittico di scuola fiamminga del ‘500, una statua marmorea della Vergine “Accomandita” di Antonello Freri (1510) e un’altra di S. Giovanni Battista di Andrea Calamech (1568).

Centocinquanta metri appena separano, sulla stessa via, la Pinacoteca di S. Maria degli angeli dell’ex Oratorio dei PP. Filippini, fondato nel 1632 e recentemente ristrutturato. Nei suoi locali il Museo Civico espone interessanti opere di scultura, pittura e arti decorative, fra le quali una Croce dipinta del ‘300, un drammatico Crocifisso ligneo del ‘400, il Monumento funebre di Geronimo Rosso, opera raffinata di Antonello Gagini (1506-1508) e una Madonna in trono di Antonello De Saliba.

Su questa via,che è una delle arterie più importanti del paese, come del resto in quasi tutto il dedalo di vie e viuzze, occhieggiano sobri portali e graziosi balconi su mensole in pietra, testimonianze superstiti dell’estro decorativo di generazioni di lapicidi locali. Ma il complesso monumentale più interessante, nella parte bassa della Via G. Siracusa, è costituito dall’isolato formato dalle Chiese di S. Marina e di S. Agata. La prima ingloba in un contesto architettonico cinquecentesco elementi e strutture di epoca normanna e aragonese e conserva al suo interno pregevoli esempi di decorazione barocca; la seconda, anch’essa di antica fondazione, ma ampiamente rimaneggiata nel 1857, custodisce, oltre alla devozionale immagine seicentesca del “Cristo Lungo”, una bellissima Annunciazione di Antonello Gagini (1519), una S. Lucia del 1546, una S. Agata del Montorsoli (1555) e una madonna del fiorentino Michelangelo Naccherino (1601).

 

Chi, senza lasciarsi scoraggiare dal pensiero di dovere poi affrontare la risalita, volesse scendere fino al quartiere Valle, si troverebbe davanti alla Porta Ranieri ,ricostruita nei primi del secolo XIX sulla antica strada S. Marco, attraverso la quale si accedeva da Nord alla città murata.

A Sud del centro abitato, all’ingresso del Cimitero, la quattrocentesca Chiesa di S. Maria di Gesù, la cui fondazione si fa risalire alla predicazione del beato Matteo d’Agrigento, offre al visitatore il suo portico colonnato, nel quale si aprono il portalino polistilo archiacuto di ingresso alla navata e le due arcate a sesto ribassato e decorate a bastone, dal gusto tipicamente catalano, che immettono nelle cappelle laterali.

Nella frazione Protonotaro esiste ancora la dimora fortificata dei Baroni di quel feudo, ristrutturata e trasformata in luogo di ristoro.


LE FESTIVITA’ PIU’ IMPORTANTI

 

 

 

 

A Castroreale la festa principale è quella del "Cristo Lungo"(nel dialetto locale “U Signori Longu”), che si celebra nel mese di Agosto in onore del SS. Crocifisso venerato nella Chiesa di S. Agata, al quale viene attribuita la miracolosa liberazione della città dal colera del 1854. Il simulacro in carta pesta a grandezza naturale, montato su un legno alto dodici metri, che viene inalberato e messo a piombo, mediante una laboriosa e peritissima operazione, su un pesante fercolo, viene portato processionalmente nel pomeriggio del 23 Agosto di ogni anno nella Chiesa Madre, dove rimane esposto alla venerazione dei fedeli fino al pomeriggio del giorno 25, quando viene restituito, sempre processionalmente, alla Chiesa di S. Agata. L’attrazione maggiore della festa è l’emozionante trasporto della vara, che tiene per tutta la sua durata col fiato sospeso i devoti e i forestieri che da ogni parte accorrono ad assistervi. La manifestazione religiosa è accompagnata da luminarie, concerti bandistici, spettacoli folkloristici, gare sportive e fuochi artificiali.

Lo stesso Crocifisso viene portato in processione anche durante le funzioni della settimana santa, nei pomeriggi del mercoledì e del venerdì.


SPECIALITA' GASTRONOMICHE

Durante tutto l'anno è possibile chiedere nei locali di ristoro il piatto tipico locale costituito dai "maccarruni 'i casa" (maccheroni confezionati in casa), conditi con ragù e spolverati con ricotta infornata e grattugiata. Il piatto può essere ulteriormente arricchito, a seconda dei gusti, con fritto di melanzane e zucchine.

Il periodo natalizio ha nel "riso nero" il suo piatto tradizionale, che non deve mancare in nessuna famiglia e che viene consumato freddo.

E' un risotto preparato con zucchero e poltiglia di mandorle tostate, cui vengono aggiunti vari aromi e che, una volta scodellato e raffreddato, può essere servito con decorazioni eseguite con pezzetti di frutta candita e di cotognata o spolverata di cioccolata preferibilmente fondente. Si tratta, naturalmente, non di un primo, ma di un dessert.

Inzuppati nel latte caldo, o anche nella granita di limone, vengono normalmente consumati i tipici "biscotti castriciani" o "biscotti d'a badessa", la cui ricetta, in passato gelosamente custodita dai panettieri, fornai e pasticcieri del paese, risale alle suore clarisse, che fino al 1866, abitarono il Monastero di S.  Maria degli Angeli. Questi biscotti sono oggetto di una simpatica sagra annuale, che ha luogo nei mesi estivi.

 
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